Patrimonio agricolo e biodiversità

Le prime tracce di agricoltura in Sardegna risalgono al Neolitico medio, con la coltivazione di grano e orzo e la raccolta di piante spontanee come fico, olivo selvatico e lentisco.

Dall’epoca fenicia e soprattutto in età romana, le pianure del Campidano si affermarono come centro agricolo di primaria importanza. Grazie alla fertilità dei suoli e all’elevata produttività, furono tra le principali aree di produzione cerealicola dell’Impero Romano.

Si sviluppò così una cerealicoltura diversificata, affiancata da legumi, ortaggi, vite e olivo. Tra le colture più diffuse si ricordano piselli, ceci, fave, cicerchie, lenticchie, leguminose da foraggio per il bestiame, alberi da frutto come mandorlo, nocciolo e pruno, spezie pregiate come lo zafferano e ortaggi tradizionali come il carciofo spinoso. Si tratta di colture ancora presenti e coltivate in Sardegna, a testimonianza della continuità della tradizione agricola dell’isola.

Questo patrimonio costituisce un elemento fondamentale dell’identità della cultura rurale sarda e della sua ricca biodiversità. La Regione Autonoma della Sardegna tutela queste risorse attraverso il Repertorio regionale dell’agrobiodiversità, un registro ufficiale che censisce e protegge le risorse genetiche locali, animali e vegetali, comprese quelle a rischio di estinzione o erosione genetica.

Lo sapevi che?

In antichi tà, soprattutto in periodi di carestia, in alcune zone della Sardegna si utilizzavano le ghiande del leccio per preparare un surrogato del caffè e il pane di ghiande (“pane de ispeli”), un alimento povero ma nutriente. Le ghiande venivano bolli te con acqua e argilla per almeno 8 ore, poi scolate, macinate e impastate con cenere di sarmento. Si aggiungeva lo strutto, si confezionavano i pani e si infornavano su un letto di erbe aromatiche.

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